L’arrivo dei primi Cinesi in Italia a Milano… attraverso la storia di Mr Wu

dai ricordi di Wu Xinghua, nato cino-italiano

Negli scorsi anni è venuto a mancare anche l’ultimo dei “più giovani” cinesi – arrivati in Italia negli Anni ’30 – così ho pensato di raccontare la loro epopea, attraverso la breve storia del Sig. Wu, nato a Qintian il 16 Maggio del 1906. Il nostro Sig. Wu era un uomo che trascorse tutta la sua vita in Italia, dopo esservi immigrato – in quel di Milano – nel lontano 1935, quando era semplicemente un giovane coraggioso di soli 29 anni.

Il suo Documento di Identità, rilasciato appena dopo la guerra, nel 1945, portava il numero 86 ed aveva la validità di un unico anno… quanta storia è passata da allora. Con questo racconto vado a dare il mio contributo a tante trascrizioni ed eventi sulla Cina ed i cinesi che, sicuramente, si avvicenderanno in questo 2019,  per celebrare il 70° Anno di Fondazione della Repubblica Popolare Cinese. E lo faccio dedicandolo a tutti gli “Huaqiao”, i cinesi emigrati oltreoceano, con la speranza che i miei ricordi, uniti alle attestazioni storiche, possano tradursi in una sempre più salda ed aggiornata “memoria”, a valere non solo per chi l’ha vissuta, ma anche per coloro che, successivamente, si troveranno ad essere attori  nei nuovi capitoli della presenza cinese in Italia  – o in qualunque altra parte del mondo -,  guardando al futuro ma senza dimenticare le proprie radici.
Sono un “cino-italiano”, nato in questo Paese, ed il fatto che non mi definisca, come sarebbe più naturale, un “italo-cinese” vuol solo far intendere quanto radicato sia in me il legame di sangue paterno. 
Sono uno dei figli del cosiddetto “primo flusso migratorio” in Italia, dove cinesi erano esclusivamente i “padri”  – poichè, essendo arrivati qui soli, avevano tutti, bene o male,  sposato donne italiane -. Per una più facile e sintetica cronistoria, ho strutturato il mio racconto in sette decadi, del tutto significative per descrivere l’immigrazione cinese dai suoi primi albori… quando la RPC non era ancora nata…

Anni Trenta: l’arrivo dei primi Cinesi…

Furono gli anni del primo  flusso migratorio verso l’Italia. Un evento del tutto particolare e diverso da quanto già precedentemente successo nel resto d’Europa, data la graduale ed accattivante emigrazione dallo Zhejiang (Provincia orientale costiera della Repubblica Popolare Cinese, il cui capoluogo è la bellissima città di Hangzhou…quella che, in poche ma indimenticabili parole, Marco Polo definì “Il paradiso su questa Terra”). Ecco che, intorno agli Anni ‘30, un primo piccolo nucleo di immigrati, provenienti da Qintian (come il nostro  Mr Wu), arrivò con poche valigie alla Stazione Centrale di Milano e si insediò in Via Canonica – una delle strade più antiche della città, ma, allora, molto periferica -. Questi primi cinesi, dopo aver transitato e sostato in diversi Paesi europei, per sostentarsi diedero avvio a semplici attività di vendita ambulante. Lo spirito imprenditoriale si unisce alla volontà lavorativa: le prime attività artigianali. Ben presto,  però, chi riuscì a mettere insieme un piccolo capitale attivò i primi laboratori, dando vita ad un’artigianale lavorazione di cravatte e, poi, di piccola pelletteria, sempre nelle adiacenze di quella prima strada, oggi cuore della “China-Town” milanese, ben nota in tutta Italia come la “Zona Sarpi” (dal nome di una delle vie dell’asse portante, appunto la Via Paolo Sarpi)
Mr. Wu aprì un primo laboratorio in uno scantinato di Via Morazzone,  all’angolo con Via Lomazzo. Mia mamma Giulia mi raccontò che mio padre dovette imparare in modo autonomo la lingua italiana, mentre il dialetto di Qintian difficilmente entrò in famiglia. Io, infatti, non ho imparato da loro la lingua cinese. A dire il vero, in quel tempo parlare una lingua straniera era quasi inappropriato…
Nei laboratori, gestiti dai cinesi più “radicati”,  veniva offerta la possibilità di vitto e alloggio a chi tentava la sorte dedicandosi alla vendita ambulante di cravatte  (ottenendo le merci “a credito”, secondo la regola del pagamento sul venduto: 12 dozzine in comodato, con  periodico riassortimento dei disegni e dei colori ).
Il nostro Mr Wu fu tra i primi ad avviare un’artigianale produzione di cravatte, procurandosi la seta a Como, tagliandola secondo i crismi ed affidandone il confezionamento a donne italiane. Sarebbero, poi, stati i cinesi ultimi arrivati a provvedere per la vendita ambulante, nei paesi e nelle strade di tutta la Lombardia. Mr Wu Li Siang – Lisander per gli amici milanesi -, al fine di poter convolare a giuste nozze con quella che poi sarebbe diventata sua moglie (di salda fede cattolica), dovette studiare per alcuni mesi il Catechismo per accedere ai Sacramenti. Dapprima fu del tutto restio all’iniziativa ma, visto il “sine qua non” della fidanzata, si decise. Il problema fu superato per il tramite dei missionari del PIME (Pio Istituto Missioni Estere), in via Monterosa a Milano, dove la lingua cinese era di casa.


Anni Quaranta: il flusso migratorio prosegue…

Ai primi cinesi cominciarono a far seguito alcuni altri, in quel tempo già “in giro” per l’Europa. Nel frattempo iniziarono a proliferare  le prime famiglie “miste”. I primi cinesi arrivati in Italia – tutti rigorosamente maschi  – si unirono in matrimonio,  come Mr Wu, con donne italiane, creando, quindi, le basi per formare famiglia e restare in questo Paese. Le mogli lavoravano nei laboratori artigianali dei mariti ed i figli, nati da queste unioni, si integrarono perfettamente nella società italiana.
È così che la seconda generazione cinese – alla quale io appartengo – crebbe senza approfondire, purtroppo, la conoscenza della cultura paterna. Nessuno ha avuto modo di imparare la lingua cinese, pochi hanno visitato il Paese d’origine, solo alcuni sanno dei lontani parenti rimasti in Cina, pochissimi li hanno incontrati negli anni….

Anno 1940: l’Italia entra in guerra a fianco della Germania


Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania, la Cina era una potenza nemica ed almeno 250 cinesi vennero trasferiti in campi di concentramento, in Abruzzo ed in Calabria.
Mr Wu, avendo un’attività, ne rimase fuori e tentò, per quanto poteva, di “far uscire” alcuni amici, scrivendo personalmente al Ministero degli Interni, senza purtroppo ottenere risultati. Al termine del conflitto tutti ritornarono alle loro città e qualcuno si sposò con donne Abruzzesi e Calabresi , avendole conosciute durante la deportazione.

Anno 1949: viene fondata la Repubblica Popolare.

Quando i primi cinesi arrivarono in Italia  non era stata ancora fondata la Repubblica Popolare Cinese (che vide, di fatto, la luce solamente il 1° Ottobre del 1949 e che l’Italia riconobbe solo il 6 Novembre del 1970, dopo un difficoltoso iter politico-burocratico). Mr Wu comprese che la vita in Cina stava cambiando e che, ben presto, se ne sarebbero avvertite le conseguenze.Dopo i primi anni, il favore della Legge Italiana permise di avviare il cosiddetto “iter del portare in Italia” i parenti maschi: fratelli, cugini, nipoti. Questo andò ad alimentare l’afflusso di nuovi immigrati, rafforzando il nucleo dei cinesi provenienti dal distretto di Qingtian –  pur aumentando, nel frattempo, gli arrivi dalla città di Wenzhou -. Magrado l’iniziale e comprensibile sconcerto, l’amore per la Madre Patria si fece più tardi sentire, dando un avvio sistematico alle celebrazioni della RPC al 1° Ottobre di ogni anno con riunioni, feste e grandi momenti conviviali.

Anni Cinquanta: le famiglie ed i figli italiani

Dalle prime famiglie (mogli italiane e mariti cinesi) – nel frattempo consolidatesi con un comune obiettivo lavorativo nel settore della pelletteria – nacquero molti figli di sangue misto che frequentavano, ovviamente, le scuole italiane: allora raro caso di promiscuità multietnica nelle classi, ma del tutto integrati. Gli italo-cinesi di quella “prima” seconda generazione, sono diventati, poi, completamente parte del tessuto sociale e culturale italiano, condividendone storia, tradizioni, abitudini alimentari, istruzione, lingua, lavoro ed anche religione (cattolica). Mr Wu, pur non essendo un praticante della Chiesa della SS.Trinità, dove era convolato a giuste nozze, riconosceva che l’Oratorio era il posto ideale per il doposcuola dei figli.

La prima Scuola di Lingua Cinese a Milano
Allo scopo di mantenere vive le radici con la Madre Patria, verso la fine degli Anni ’50, vi fu a Milano, in Via Giusti, un tentativo di avviare una piccola scuola che insegnasse il cinese ai figli degli immigrati.
Tuttavia, dopo una breve parentesi enfatica, la scuola fu soppressa a causa della scarsa frequentazione e dei pochi mezzi allora disponibili…
L’artefice, il prete cattolico Don Andrea Tsien, divenne poi un importante prelato in Vaticano, quindi rettore universitario e, negli anni ’80, stimato Vescovo in Asia. Nessuno dei figli del primo flusso migratorio cinese ha appreso, purtroppo, la lingua cinese. Peraltro, del tutto impegnati a creare un’indipendenza economica e sociale, i “Padri” non hanno mai raccontato abbastanza della loro terra natia ed altrettanto rara è stata la corrispondenza con i parenti lasciati in Cina. Di conseguenza si è creata, nel tempo, una sorta di distacco dalla Madre Patria. Nel frattempo Mr Wu riceveva sovente delle lettere bordate rosso/blu “via aerea” e leggeva con malinconia il procedere della vita dei suoi parenti, forse sapendo che difficilmente li avrebbe potuti rivedere…Ogni tanto inviava loro dei risparmi, ricevendo in risposta fotografie e ritratti di famiglia.

Anni Sessanta: la lavorazione di Pelletteria e Borse

Dimenticata ormai l’epoca delle cravatte, molti erano i laboratori artigianali cinesi  di borse e pelletteria in genere; si lavorava dal mattino alla sera, incessantemente, con una breve pausa-pranzo all’interno dello stesso laboratorio. Anche Mr Wu aveva aperto un nuovo Laboratorio in Via Lomazzo, con tante macchine da cucire, la preziosa scarnitrice e la taglierina…in un angolo poi tanti rotoli di tessuto da lavorare. Molte erano anche le operaie italiane, che avevano imparato il mestiere alle dipendenze delle famiglie cinesi. A mezzogiorno Mr Wu liberava il tavolo del “taglio”; si stendevano, come tovaglia, due fogli di carta da pacco e, con il fumante “riso bianco”, si  mangiava insieme, cinesi ed italiani.
La maggior parte delle operaie italiane che hanno lavorato con cinesi perpetuarono, poi, a casa loro l’abitudine del “bai-fan” (il Riso Bianco).

La lavanderia cinese in Via Canonica

Come in tutte le storie cinesi che si rispettino, anche a Milano c’era una moderna “lavanderia cinese”, dove il Signor Ling – un gentiluomo dai modi cortesi, con moglie naturalmente italiana – era un preciso riferimento per il quartiere, lavando e stirando ogni tipo di biancheria, a metà della lunga via Canonica. Immaginate che le lavanderie pubbliche erano allora una vera rarità e quella del garbato Signor Ling fu addirittura un’avanguardia, la prima a Milano. In effetti la necessità dei cinesi “single” di provvedere al  lavaggio ed alla stiratura dei  panni, aveva dato corpo a questa attività.
Mr Wu aveva conosciuta la sua futura moglie proprio perché a quel tempo, in mancanza di un posto pubblico, si avvaleva del supporto domiciliare di lava e stiro della Sig.na Giulia.

Il primo Ristorante cinese a Milano

La maggior parte dei primi cinesi – che andranno a costituire un iniziale importante “gruppo” strutturato – si insediò nelle città europee nel corso dell’immediato dopoguerra, al seguito dei pionieri arrivati in epoca antecedente … Accadde così che a Milano, negli Anni ’60 – dopo circa un trentennio di radicata presenza -, nacquero e si svilupparono i primi ristoranti cinesi. Nel solo 1962 ne aprirono due, a distanza di tre giorni l’uno dall’altro… Un autorevole giornalista di allora, Dino Buzzati, sulle pagine del prestigioso “Corriere della Sera” celebrò l’apertura del Ristorante cinese “La Pagoda”, nei pressi della Stazione Centrale, quasi a segnare, con questa novità, l’avvio di una vera metropoli europea: all’inaugurazione partecipò anche il famoso presentatore televisivo di “Lascia o Raddoppia”, Mike Bongiorno. Mr Wu, insieme ai suoi connazionali, frequentava invece il 2°ristorante, aperto in Via Canonica – più semplice ma originale -, dove dopo cena, nei fine settimana, poteva anche giocare a Mah-Jong…. 

L’avvio delle attività di Ristorazione e dell’ Import/Export

Con la diffusione dei ristoranti nacque, come conseguenza, l’esigenza di importare prodotti dalla Cina e, parallelamente, si aprirono i primi negozi di alimentari ed i primi supermercati cinesi. Inoltre, l’arredamento dei nuovi locali richiedeva, per forza di cose, la manodopera esperta di falegnami, piastrellisti ed operai edili; ed ecco che incominciarono, così, ad “arrivare” gli artigiani cinesi, più competitivi e più facilmente indirizzabili verso le necessità dei connazionali committenti. Il metodico e paziente lavoro dei “pionieri” ha dato corso ad una nuova imprenditoria; i cinesi residenti in Italia (a Milano in particolare) avevano bisogno di collaboratori e per questo, dalla Madrepatria, cominciarono a “chiamare”  in Italia i loro parenti. È stato così che a Milano, alla fine degli anni ‘80, il fenomeno della nuova migrazione cinese andò a connettersi al boom della ristorazione.  In città oggi si contano oltre 800 ristoranti, parte dei quali ha avviato una più modaiola cucina “giapponese” o  “fusion”.

Anni Settanta: da Produzioni a Commercio di Pelletteria

Fu in questi anni che si consolidarono le attività di pelletteria, con l’avvio di aziende commerciali importanti che provvedevano a commissionare la produzione a terzi – cinesi ed italiani – per vendere all’ingrosso in ampi magazzini, dove l’assortimento era molteplice e diversificato. La necessità di produrre grandi quantità di merci rese indispensabili investimenti in laboratori sempre più importanti e macchinari sempre più sofisticati. Ad oggi le aziende cinesi di Milano e Bologna mantengono il monopolio di determinate produzioni : i cinesi in Italia – un tempo ben noti  per la vendita di “clavatte” – sono diventati sinonimo di “Borse, Cartelle, Portafogli e Pelletteria” in genere è anche per questo sviluppo che, muovendosi dall’iniziale Via Canonica, i cinesi iniziarono a segnare la loro presenza nelle vie adiacenti, aprendo laboratori e negozi. Anche Mr Wu, nel frattempo – specializzatosi in Cartelle per la Scuola e Zaini da montagna -, trasformò il suo laboratorio, convertendolo alla vendita, sia all’ ingrosso che al dettaglio. Nel Novembre del 1970, la Repubblica Popolare Cinese venne riconosciuta ufficialmente anche dall’Italia, con la presenza di una regolare Ambasciata a Roma e di un Consolato a Milano. Fu un momento storico che cambiò in modo importante l’essere cittadini cinesi in Italia. Il nostro Mr Wu non fece in tempo a cambiare il suo Passaporto – rilasciatogli al momento dell’espatrio dal Governo del Kuomingtang -. Morì a Milano nell’Ottobre del 1979, durante i giorni del festeggiamento della Repubblica Popolare, senza mai essere ritornato in Cina, con il rammarico di non aver più rivisto il suo Paese natale… I suoi tre figli sono oggi assolutamente  integrati ed hanno formato famiglie ormai del tutto “italiane”.

Anni Ottanta: lo sviluppo socio-economico

Iniziò in questi anni il processo socio economico che diede luogo ad un nuovo flusso di espatrio dalla Cina. I residenti, dovendo reclutare collaboratori, misero a disposizione dei nuovi potenziali migranti i capitali necessari per il viaggio in Italia e per le relative pratiche burocratiche. I nuovi arrivati trovarono, così, lavoro e collocazione presso gli stessi familiari che li avevano reclutati. Fu la loro stessa disponibilità lavorativa a permettergli di ripagare l’investimento iniziale e di creare, a propria volta, nuove attività imprenditoriali.
A migrare, in quel periodo, furono dapprima i giovani – innovativamente di ambedue i sessi , andando a riequilibrare, così, il rapporto uomo/donna -. Seguirono poi le rimanenti parti del nucleo familiare, favorite in Italia dalle norme di “ricongiungimento”.
L’immigrazione degli anni ‘80 proveniva essenzialmente dallo Zhejiang meridionale ed i cinesi presenti oggi in Italia sono spesso definiti “Wenzhouren” (ovvero “gente di Wenzhou”), termine  che in Cina serve anche a definire persone dalla spiccata volontà imprenditoriale.
Incominciarono, così, ad arrivare intere famiglie del tutto “cinesi”;  mariti, questa volta, con mogli e figli (ovviamente tutti nati in Cina).
Ed iniziò per queste “nuove famiglie” il problema di mandare i figli “cinesi” nelle scuole elementari italiane – dove imparare la lingua del Paese ospitante e, spesso, divenire, involontariamente, naturali interpreti per i propri genitori -. Quanta differenza tra i nuovi arrivati e Mr Wu: la cultura di un tempo venne soppiantata da un più sbrigativo e facile modo di vivere…ma il mondo stava cambiando per tutti e nel 1983 nasceva il 1° telefono cellulare, delle dimensioni di un semplice mattone! Nel frattempo si contavano a Milano oltre 50 Ristoranti cinesi, frequentati dai milanesi con assiduità.

Anni Novanta: la diversificazione delle Attività

Iniziate nel decennio precedente, si vanno ora sviluppando nuovi settori di business: dalla Ristorazione al Commercio di Prodotti alimentari, Aziende di Trading, per poi avviare il settore dell’abbigliamento – dove le produzioni nazionali a Prato arriveranno ad impegnare oltre 30.000 addetti cinesi, dove l’Importazione dalla Cina di capi confezionati genererà l’indotto dei Negozi all’ingrosso lungo l’asse della Via Bramante, per poi concludere con la graduale ma costante acquisizione della Via Paolo Sarpi, dove sorgeranno Librerie, Profumerie, Bar e Trattorie -. 
 

Le Comunità cinesi e le Associazioni
La Comunità Cinese si diffuse in Italia da Milano anche in altre città: Bologna, Prato, Firenze, Roma, Torino e Padova. Il flusso migratorio proseguì ininterrottamente negli anni ‘90 e sino al 2000.
Dal punto di vista sociale le diverse e storiche “Associazioni Cinesi a Milano” – nate sull’onda associativa creata dai primi immigrati – ad un certo punto non furono più in grado di essere rappresentative per tutti, o meglio, non riuscirono a soddisfare le mutate aspirazioni dei cinesi a Milano, che a questo punto si andarono distinguendo per diversa provenienza, per differente attività, per rinnovata tipologia imprenditoriale e, nel tempo,  anche per generazione immigrata.
Ma, oggi, è del tutto legittimo chiedersi “ Com’è cambiata nel tempo la Comunità Cinese ? “.
I ragazzi, nati o cresciuti in Italia e con diversa impostazione culturale, hanno scarsa propensione verso una formazione prettamente “cinese” e preferiscono a un criterio di vita marcatamente occidentale.

Il terzo Millennio: l’evoluzione

Pur rimanendo viva la vocazione verso il lavoro autonomo – caratteristica propria dei cinesi a Milano -, è facilmente intuibile che i tanti giovani, socializzati e formati nell’ambito delle istituzioni scolastiche italiane, si siano indirizzati e si indirizzeranno in futuro verso nuovi schemi professionali.
Avviato il terzo millennio, nel pieno della crisi mondiale, la comunità cinese di Milano – una “Chinatown” oggi distribuita in diverse aree della città, al di fuori del classico quadrilatero Canonica, Rosmini, Sarpi, Bramante -, vive in un contesto radicalmente cambiato che la vede meno isolata di un tempo, con atteggiamenti spesso del tutto diversi da quelli dei primi immigrati.
Il risultato odierno è che oggi convivono diverse realtà cinesi, quali ad esempio:
–  Pochissime unità di sparuti superstiti dei nuclei originari.
– I “sangue misto”, figli dei primi immigrati sposati con donne italiane: non parlano cinese e svolgono attività professionali al di fuori delle tradizioni. Solo in rarissimi casi hanno portato avanti le attività dei padri.
– I nuclei familiari arrivati a Milano negli anni settanta/ottanta, costituiti da genitori cinquantenni, figli trentenni e nipoti in età scolare.
– Le famiglie di più recente migrazione, non necessariamente legate alle catene migratorie originarie. Con i figli scolarizzati a Milano dopo alcuni anni di scuole elementari in Cina.
– I giovani di terza generazione che, grazie al sacrificio dei loro genitori, possono frequentare l’Università e godono di condizioni socio-economiche di elevata tranquillità. Saranno i professionisti, dirigenti, business-man di domani.
In questo mix che distingue l’odierna esistenza della Comunità Cinese di Milano ci si chiede: ha ancora senso parlare di “comunità”?…forse non più…o almeno non allo stesso modo…
Gli eventi sociali, politici ed economici degli ultimi anni, le posizioni sempre più restrittive sull’immigrazione, hanno aperto nuovamente il problema degli “stranieri” che affollano l’Italia – con sospetto è curiosità, soprattutto verso i cinesi, che in piena crisi economica mondiale sembra però vadano contro-tendenza, rilevando le attività commerciali degli italiani, aprendone di nuove -.
Certamente la crisi dei mercati ha reso precari molti posti di lavoro e ha dato una spinta conservatrice alla Società in generale, con tendenze protezionistiche verso la popolazione autoctona.
Questa è stata sicuramente un’importante molla di “distacco” tra milanesi e cinesi immigrati.
Inoltre l’attuale crescita dell’economia cinese,  a livello mondiale,  va a scalfire antichi e consolidati primati occidentali, che in qualche modo disturbano… A Milano, poi, le due maggiori squadre di calcio, Inter e Milan, sono passate di proprietà ai cinesi…

Via Paolo Sarpi, un quartiere alla moda

Le Istituzioni sono cambiate, in meglio. In un clima più favorevole per i cinesi – del tutto diverso da quello nei confronti delle altre etnie presenti in Italia -, la Comunità cinese potrebbe, oggi, essere pronta a riavviare progetti di intelligente integrazione e cultura, affidandone la regia ai giovani di terza generazione.
Nel frattempo, Via Paolo Sarpi – con il contributo degli stessi cinesi – si è trasformata in un quartiere “alla moda”, con circolazione a traffico pedonalizzato.
Qui, a fianco dei grossisti di abbigliamento, sono nati ristoranti, bar, librerie, negozi di food multietnico (con un modaiolo Street-food), esercizi di vendita al dettaglio, parrucchieri…
Tutti i milanesi sanno che, se hai uno smartphone rotto, in “Chinatown” trovi una soluzione rapida, economica ed efficace al problema !
è un raro caso in cui la storia e l’evoluzione di una Comunità trova il suo sviluppo nella stessa zona dove sono state messe le prime radici: il quartiere Canonica-Sarpi, oggi presente sulle mappe di Google come la Chinatown milanese, quartiere alla moda.

I cinesi verso l’integrazione sociale

Dagli iniziali e sparuti 50 cinesi a Milano, oggi la città conta oltre 30.000 nuovi cittadini cino-milanesi; più di 50.000 in Lombardia, sugli oltre 300.000 che si stimano presenti in Italia.
La Cina, del resto, è prima per popolazione mondiale, con oltre 1.475 milioni di abitanti.
Questi numeri importanti  devono far sentire come necessario un rinnovamento delle tradizioni cinesi in Italia che, pur rispettando le tradizioni dei Padri e della Madre Patria, possa andare anche verso l’adozione di modelli locali – sia per rispetto della cultura ospitante che per una necessaria integrazione, pur senza dimenticare le proprie radici-.
E’ recentissimo l’insediamento di ben due Consiglieri di radici cinesi all’interno della Amministrazione comunale della Città di Prato.
Nella scrittura cinese, l’Italia è definita con tre caratteri 意大利  “Yi-Da-Li” :  il primo è un carattere composto, dove al riparo del tetto di una casa sono ben evidenti il Sole e il Cuore.
In questo straordinario ideogramma sono presenti quasi tutti gli emblemi italiani: la casa, il sole, il cuore.
Oggi, infine, dopo una storia che ha ormai oltre 80 anni, siamo alla 4.a generazione, dove la 1.a è del tutto scomparsa, ma i “Wenzhouren” sono la comunità straniera più efficiente dal punto di vista commerciale e la “Chinatown” di Milano è un luogo di attrazione segnalato sulle mappe, dove si unisce l’antico con il moderno, dove si può assaporare la millenaria cucina imperiale, dove tra le stesse vie di un tempo si può ancora riconoscere l’ombra del nostro Sig. Wu, mio Padre, tra i primi ad arrivare in Italia, tracciando la strada a chi poi è arrivato ed ancora arriverà…

Angelo Ou

Posted by Angelo Ou

Ieri cino-italiano, ma oggi marcatamente italo-cinese, è uno dei figli del 1° flusso migratorio cinese in Europa e quindi in Italia - che iniziò negli anni ’30 il primo radicamento a Milano, nella Via Canonica, allora asse principale di quella che oggi è la più conosciuta “china-town milanese” - la cosiddetta Area di Paolo Sarpi. Sposato con una moglie italiana, ha una figlia di 41 anni. La sua perfetta integrazione nel tessuto sociale italiano, gli permette di occuparsi, quando necessita, di aspetti sociali o che, comunque, riguardano la Comunità Cinese di Milano. Suo fu il Progetto, sviluppato con l’Amm.ne Comunale, di insediare i Grossisti cinesi fuori dell’Area tradizionale, ormai insufficiente per accogliere le crescenti aziende. E’ spesso intervistato dai Media circa la storia, le evoluzioni ed i fatti importanti della Comunità cinese a Milano, di cui è attento testimone. Esperto di Organizzazione Aziendale, Logistica ed Informatica, ha ricoperto ruoli di Dirigenza in Aziende italiane e multinazionali. Più recentemente, nell’ambito del Marketing digitale, ha partecipato alla costruzione del portale www.vendereaicinesi.it, ben noto per le opportunità di compravendita (attività, aziende, immobili,etc). In occasione di Expo ha strutturato sul web un Progetto di accoglienza dei Turisti Cinesi in Italia, a fianco dell’App ChinatoItaly. Nel Giugno 2015, con Class Editori, ha pubblicato il Libro “Alla Scoperta dei Caratteri Cinesi”, che accompagna lo studente ed il curioso di Lingua cinese nell’incanto dei caratteri della sua millenaria scrittura.