La Via Della Seta… Dal passato al futuro…

“….Quivi si fa molta seta…”

Fu proprio con queste parole che Marco Polo descrisse ne “Il Milione” l’economia della Provincia cinese del Catai, caratterizzata, appunto,  dalla produzione di quel prezioso tessuto che arrivava in Europa attraverso un preciso percorso che univa, allora, Oriente ed Occidente: la ”Via della Seta”. Ma di cosa, effettivamente, si trattava? La “Via della Seta” altro non era che l’insieme di itinerari terrestri, marittimi e fluviali – di circa 8.000 chilometri complessivi – lungo i quali, fin dall’antichità, si snodavano gli scambi culturali e commerciali tra Oriente ed Occidente ed, in particolare, il famoso “percorso della seta”, di cui la Cina mantenne per secoli l’assoluto monopolio. La dicitura “Via della Seta” fece la sua comparsa nel 1877 ad opera del geografo tedesco Ferdinand Von Richthofen che, nell’introduzione al libro ”Diari dalla Cina”, ne parlò per la prima volta. 
Di fatto, questa Via attraversava l’Asia Centrale ed il Medio Oriente, collegando la Cina all’Asia Minore ed al Mediterraneo.
Le sue diramazioni si estendevano ad Est, sino alla Corea ed al Giappone e a Sud, sino all’India. Soprattutto nella sua porzione occidentale gli itinerari che la caratterizzarono furono, nel tempo, molteplici e variabili – a seconda delle effettive condizioni storico-economiche dei Paesi che ne erano attraversati; una volta superati i passi montani del Pamir, la ”Via della Seta” proseguiva lungo tragitti che, da una parte, conducevano all’India, e, dall’altra, si snodavano verso l’Iran ed i fiumi Tigri ed Eufrate, in Medio Oriente.

Ma di cosa, effettivamente, si trattava?
La “Via della Seta” altro non era che l’insieme di itinerari terrestri, marittimi e fluviali – di circa 8.000 chilometri complessivi – lungo i quali, fin dall’antichità, si snodavano gli scambi culturali e commerciali tra Oriente ed Occidente ed, in particolare, il famoso “percorso della seta”, di cui la Cina mantenne per secoli l’assoluto monopolio.  
La dicitura “Via della Seta” fece la sua comparsa nel 1877 ad opera del geografo tedesco Ferdinand Von Richthofen che, nell’introduzione al libro ”Diari dalla Cina”, ne parlò per la prima volta. 
Di fatto, questa Via attraversava l’Asia Centrale ed il Medio Oriente, collegando la Cina all’Asia Minore ed al Mediterraneo.
Le sue diramazioni si estendevano ad Est, sino alla Corea ed al Giappone e a Sud, sino all’India. Soprattutto nella sua porzione occidentale gli itinerari che la caratterizzarono furono, nel tempo, molteplici e variabili – a seconda delle effettive condizioni storico-economiche dei Paesi che ne erano attraversati; una volta superati i passi montani del Pamir, la ”Via della Seta” proseguiva lungo tragitti che, da una parte, conducevano all’India, e, dall’altra, si snodavano verso l’Iran ed i fiumi Tigri ed Eufrate, in Medio Oriente.

Fu il tratto orientale – che si snodava proprio verso la Cina – ad essere in assoluto quello meglio definibile e praticamente immutabile.  
Le principali tappe lungo le vie “di terra” erano Roma, Atene e Costantinopoli in Europa; Baghdad in Medio Oriente; Samarcanda nell’attuale Uzbekistan Hotan e Xi’an in Cina. Ed in Europa la destinazione finale della seta – che viaggiava su questa Via insieme ad altre merci preziose e che iniziò ad uscire con regolarità dalla Cina dopo il 200 a.C. – era proprio la nostra Roma. Ma anche altri “prodotti” – altrettanto preziosi, seppur meno materiali – viaggiavano in senso inverso, facendo circolare senza sosta idee, filosofie e pensieri concettualmente legati alla matematica ed all’astronomia e a religioni come il Manicheismo e il Nestorianesimo.
Questi scambi commerciali e culturali furono determinanti per lo sviluppo delle antiche civiltà e per la nascita del pensiero e del Mondo moderno.
Ai tempi di Erodoto la ”Via della Seta” si chiamava ”Via Reale di Persia” e si sviluppava per “soli” 3.000 chilometri, dalla città di Ecbatana sino al porto turco sul Mar Egeo di Smirne. Alla sua manutenzione provvedeva l’Impero Achemide. La Via era, allora, strutturata in varie tappe che i viaggiatori comuni impiegavano ben tre mesi per percorrere – a differenza dai corrieri imperiali che, potendo contare su fermate di posta e ricambi di cavalli sempre freschi, erano in grado di farlo in soli nove giorni -.
Di fatto, la Via divenne ben presto il collegamento preferenziale tra Oriente ed Occidente, soprattutto in concomitanza con l’espansione in Asia Centrale del potere di Alessandro Magno – che fondò, proprio lungo il suo percorso, la città più lontana dell’Impero macedone, Alessandria Eskate, e che, con il suo ammiraglio, aprì la rotta marittima dal delta dell’Indo al Golfo Persico . 
In realtà già i Tolomei d’Egitto promossero i rapporti con il Medio Oriente e l’India attraverso i porti sul Mar Rosso ed i percorsi carovanieri terrestri; ma fu solo con le spedizioni commerciali e militari dei Cinesi verso l’Asia Centrale e la Partia (l’antica Persia) che, nel I secolo a.C., prese concretamente corpo la vera e propria Via della Seta. Secondo la tradizione, i Romani entrarono in contatto con la seta – ben prima dell’incontro ufficiale con gli ambasciatori cinesi nel 166 d.C. – già nel 36 a.C., quando le truppe romane, composte forse dai superstiti della sconfitta subita contro i Parti a Carre nel 53 a.C., si imbatterono nell’esercito cinese. I Romani non sapevano da dove venisse e come si producesse questo prezioso tessuto, ma ne divennero i principali consumatori (anche se il Senato emanò diversi editti per proibire di indossarlo, considerandolo immorale e tentando di vietarne ufficialmente il costoso acquisito). Caduto l’Impero Romano d’Occidente, Costantinopoli – capitale di quello d’Oriente – inziò a dominare letteralmente i traffici commerciali nel Mediterraneo.
I Bizantini, che non erano, in realtà, interessati a commerciare con l’Europa ormai troppo impoverita dalle invasioni barbariche, preferirono stringere legami economici con il maggiore produttore di seta: la Cina. Un ostacolo ai traffici con l’Estremo Oriente era, però, rappresentato dai Sasanidi, nemici dell’Impero, sul cui territorio era inevitabilmente necessario passare.
Giustiniano, per evitare il problema, aprì un varco per la Cina attraverso la Crimea e tramite il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Tuttavia, entrambe le vie presentavano notevoli difficoltà ed inconvenienti.
Nel 552 d.C. , provvidenzialmente, due monaci provenienti dalla Cina si recarono a Costantinopoli e svelarono all’imperatore il segreto della produzione della seta, risolvendo, di fatto, il problema. Nell’Impero romano d’Oriente, in città come Costantinopoli e Beirut, si incominciò, così, a produrre e commercializzare il tessuto. La Via della Seta – che, proprio per questo motivo, smise per un certo periodo di avere un ruolo di collegamento commerciale di rilievo – tornò ad essere un importante mezzo di comunicazione tra Oriente ed Occidente con l’espansione in Asia dei Mongoli (nel periodo compreso dal 1215 al 1360 circa).
Sebbene la seta, prodotta da secoli in modo autonomo in Europa, non rivestisse più la stessa importanza di prima, la Via ricominciò ad essere percorsa con costanza e a stupire con le sue meraviglie moltissimi viaggiatori. Secondo gli storici le prime tracce di scambi commerciali tra Europa ed Asia risalgono a circa 4.000 anni fa; durante la Dinastia Shang i mercanti importavano la giada dall’attuale Xinjiang.
Il commercio della seta verso la Siberia iniziò intorno al I millennio a.C. , attraverso il cosiddetto “corridoio del Gansu”, definendo così una prima vera e propria rotta settentrionale. Durante il Medioevo, grazie alla pace stabilita dai Mongoli – che garantì, di fatto, la tranquillità necessaria per sviluppare contatti e commerci -, la Via della Seta fu percorsa da numerosi viaggiatori, desiderosi di intrattenere rapporti con l’Oriente e di cui conosciamo le vicende grazie ai resoconti fatti una volta tornati a casa.

Nel 1243 il primo a partire fu il monaco Giovanni da Pian del Carpine che si recò dai Mongoli per recapitare due missive di Papa Innocenzo IV, che avevano lo scopo di scongiurare un’invasione mongola dell’Europa e di creare una nuova alleanza. Dal 1253 al 1255 il frate Guglielmo di Rubruck viaggiò lungo la Via, arrivando, prima di tornare indietro – avendo percorso ben 12.000 chilometri – sino a Caracorum, la allora capitale dell’Impero Mongolo. Dal 1271 al 1289 fu, invece, Marco Polo ad intraprendere il viaggio che egli stesso ci racconta ne “Il Milione”.
Il giovane veneziano andò verso l’Oriente, lungo la Via della Seta, ed arrivò fino al Catai (la Cina settentrionale) per stabilire nuovi rapporti commerciali. Ma non viaggiarono solo i Cristiani; tra il 1325 e il 1354, Ibn Battuta, viaggiatore musulmano, arrivò fino ai principati degli eredi di Gengis Khan, in cui era allora diviso l’Impero Mongolo. Tutti questi esploratori non mancarono di descrivere in modo vivace – e, talvolta, a dir poco fantasioso – le meraviglie che incontrarono lungo il loro cammino che, a loro dire, era colmo di “….luoghi con panorami e cibi esotici…popoli ricchissimi, con una grande cultura…genti barbare che praticavano il cannibalismo…creature fantastiche, come gli uomini da una gamba ed un occhio solo…”.

… La Nuova Via della Seta…

Molti sono indotti a pensare che la ”Nuova Via della Seta” sia solo una rivisitazione  delle antiche avventure eurasiatiche di Marco Polo. Invece la ”Belt and Road Initiative”, di cui si parla da anni nel Mondo, è il più colossale piano economico-diplomatico mai realizzato nell’ultimo Secolo. Bisogna chiarire che non si tratta di una sola “Via della Seta”.
Volendo utilizzare il nome del progetto in italiano sarebbe corretto parlare di “Nuove Vie della Seta”, al plurale. Le rotte sono, infatti, cinque – tre terrestri e due marittime – e potrebbero presto diventare sei. La ”Belt and Road Initiative” (Bri), il nome internazionale del progetto, è un piano già annunciato nel 2013 dal Presidente cinese Xi Jinping con lo scopo specifico di migliorare i collegamenti commerciali con i Paesi dell’Eurasia, sviluppando non solo semplici binari di connessione, ma veri e propri centri di relazione economici e diplomatici.
Da un primo stanziamento di 40 miliardi di dollari, dichiarato durante il Forum Bri del 2017, è stato annunciato un ulteriore stanziamento di 100 miliardi.
Nell’ottobre del 2017 la Bri è stata ufficialmente inclusa nella Costituzione Cinese. È considerato, di fatto, il più grande progetto infrastrutturale e di investimenti della Storia. Coinvolge al momento quasi 70 paesi e circa il 65% della popolazione mondiale.
Attualmente esistono tre rotte terrestri, che creano sei corridoi della Bri. La prima parte dal nord est della Cina ed arriva all’Europa continentale ed al Baltico, passando dall’Asia centrale e dalla Russia. La seconda parte dal nord ovest della Cina ed arriva al Golfo Persico ed al Mar Mediterraneo, passando per l’Asia centrale ed occidentale. La terza parte dal sud ovest dalla Cina ed arriva all’Oceano Indiano passando per l’Indocina. Ci sono poi due rotte marittime. La prima che dal Mar Cinese Meridionale arriva nel sud del Pacifico. La seconda che, invece, si dirige verso l’Africa e l’Europa attraverso lo stretto di Malacca. Vi è, poi, il progetto di creare una terza rotta marittima, quella Artica, che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni grazie allo scioglimento dei ghiacci. Tutto ciò deriva dal naturale sviluppo di una politica cinese che si è continuata a modificare  nel “dopo Mao”. Nel 1978 il Presidente Deng Xiaoping lanciò la “Politica di Riforma e di Apertura” della Cina. I rapporti amichevoli con il “Mondo Occidentale” e con gli Stati Uniti erano all’epoca l’unica strada per raggiungere la modernizzazione e lo sviluppo.
L’accesso al sistema capitalista ha, certo che sì, cambiato la Cina ma non ne ha intaccato le fondamenta. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Occidente si era illuso che tutti avrebbero sposato il suo modello al cento per cento.
La Cina è, invece, riuscita a diventare una grande potenza economica mantenendo, al contempo, le proprie caratteristiche, assolutamente distanti dal modello che è uscito “vincitore”  dallo scontro tra i due antichi blocchi.
Pechino è  passata alla fase successiva, presentando al Mondo  un suo assetto totalmente differente.
La “Belt and Road si pone, quindi, l’obiettivo di creare un immenso mercato comune Eurasiatico, aumentando, allo stesso tempo, il peso diplomatico della Capitale lungo la via.
Dopo l’integrazione nell’economia globale, Xi Jinping è passato alla fase di sviluppo della presenza cinese sulla scena mondiale.
Un obiettivo che risponde non tanto a logiche di conquista di nuovi territori, ma a necessità interne: risoluzione del nodo della sovraproduzione, diversificazione delle fonti di import di energia, petrolio e gas, accesso a risorse naturali fondamentali per lo sviluppo tecnologico…altro grande obiettivo, come ben dimostra il piano ”Made in China 2025”.
La lista dei Paesi toccati e coinvolti, di fatto, nel progetto è lunghissima.
Il primo naturale sbocco dell’iniziativa è il Sud Est Asiatico, dove la Cina ha realizzato e sta realizzando grandi progetti infrastrutturali in Cambogia, Myanmar, Malesia, Indonesia e Singapore.
In Thailandia vorrebbe costruire un canale lungo l’istmo di Kra, il lembo di terra che unisce l’Asia continentale alla Malesia.
Questo canale potrebbe cancellare il grande problema cinese dello stretto di Malacca, passaggio obbligato della rotta marittima verso Africa ed Europa. Il Pakistan è forse il Paese dove la presenza della Bri è più visibile. E’ considerato dalla Cina la “porta d’ingresso” per l’oceano Indiano ed è qui che si sta realizzando il cruciale Porto di Gwadar. Importanti anche gli investimenti in Iran. Nel primo semestre del 2019 sono stati chiusi anche accordi fondamentali con l’Arabia Saudita. L’altra direttiva naturale della “Belt and Road” è l’Asia Centrale. Le Repubbliche ex sovietiche sono state integrate nel progetto, grazie all’intesa di cooperazione raggiunta con la Russia. Un ruolo particolare è quello ricoperto dal Kazakistan, considerato da Pechino come cruciale collegamento tra Asia ed Europa. La collaborazione con Astana è molto radicata e si spinge anche in “Paesi terzi”, come nella Repubblica Democratica del Congo. Rispetto all’antica Via della Seta, la ”Belt and Road” attribuisce un ruolo di estrema importanza anche all’Africa.
A Gibuti è stata realizzata la prima base militare cinese permanente all’estero. Nel Continente Africano gli investimenti cinesi stanno, innegabilmente, agevolando occupazione e sviluppo.
La crescita in Etiopia ha portato, tra le altre cose, anche alla storica pace con l’Eritrea. La cosiddetta “CinAfrica” non è limitata alla parte orientale del continente. Pechino è presente con investimenti importanti anche in Paesi dell’Africa Occidentale, come Senegal e Angola. Nei progetti in via di realizzazione c’è una linea ferroviaria ad alta velocità che collegherebbe la costa orientale con quella occidentale, partendo da Gibuti e arrivando in Nigeria o in Camerun. L’Africa è importante per la Cina anche per l’accesso effetivo alle risorse naturali e minerarie. L’esempio principale è il cobalto, fondamentale per lo sviluppo tecnologico, tra l’altro, delle auto elettriche (settore nel quale Pechino vuole diventare leader).
Il 54 % delle risorse globali di cobalto si trova in Congo.
Nel 2018 la Cina ha importato da lì cobalto per oltre un miliardo di euro (surclassando l’India che si trova al secondo posto con “soli” 3,2 milioni di euro).
La presenza della Cina in Africa ha comunque innestato un processo virtuoso, nel quale anche altri Paesi – come Arabia Saudita ed India – hanno incominciato ad investire cifre impo, aprendo nuove prospettive economiche e sociali. Gli Stati Uniti avevano pensato di portare anche la Cina nella loro orbita. Era un’illusione.
Con Barack Obama in parte, ma soprattutto con Donald Trump, Washington ha individuato in Pechino il proprio principale rivale e nella “Belt and Road” un argomento di competizione.
La guerra commerciale è solo un paravento di un qualcosa di molto più complesso. Anche un eventuale e parziale accordo sui dazi tra Trump e Xi Jinping non metterà fine a questa “partita a scacchi” divenuta una “nuova guerra fredda”. Sì, perché per Washington la “Belt and Road” non è un semplice progetto infrastrutturale e commerciale, ma un progetto geopolitico. Gli Usa fanno leva sulle antiche relazioni diplomatiche con il Mondo Occidentale per impedire l’espansione del modello cinese e per loro firmare il memorandum di adesione ufficiale alla “Nuova Via della Seta” equivale quasi a una scelta di campo.
L’Europa è la destinazione naturale delle rotte terrestri della “Belt and Road”. Nel 2013, anno di inizio del progetto, il commercio Eurasiatico arrivava a 1.8 trilioni di dollari – il doppio del commercio Transpacifico e il triplo di quello Transatlantico -.
Tra i Paesi che hanno già aderito all’iniziativa di Pechino figurano Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Portogallo.
Le direttive della ”Nuova Via della Seta” arrivano già nell’Europa continentale tramite i porti del Pireo e di Rotterdam ed un’interminabile linea ferroviaria che unisce Chongqing a Duisburg, in Germania.
L’Europa Orientale ha anche creato il ”Gruppo 16+1” che comprende i Paesi dell’Est e dei Balcani, insieme ovviamente alla Cina. L’Europa, non in grado di entrare nel grande gioco geopolitico Usa-Cina, ha bisogno degli investimenti cinesi, ma allo stesso tempo non può recidere il legame geopolitico con gli Stati Uniti.
La sfida è quella di riuscire ad influenzare il progetto cinese, modellandolo e adattandolo ai principi ed agli standard sociali europei, e garantendo, al tempo stesso, la sicurezza dei propri settori strategici. Un’impresa molto complessa, che, tuttavia, l’Europa sarà costretta a tentare. L’Italia è stato il primo Paese del G7 ad aderire ufficialmente alla “Belt and Road”. Ed è avvenuto durante la visita in Italia del presidente Xi Jinping, tra il 21 ed il 23 Marzo di quest’anno.
A ciò si sono aggiunti nuovi accordi, sottoscritti durante il secondo Forum sulla Bri che si è tenuto a Pechino  dal 25 al 27 aprile ed al quale ha partecipato  il Premier Italiano Giuseppe Conte – come già aveva fatto il suo predecessore Paolo Gentiloni nel 2017 -.
Conte ha affermato che l’accordo è “…un’opportunità per l’Italia e per la Ue. L’Italia svolgerà…il ruolo di cooperazione e allo stesso tempo di modellamento del progetto cinese, rendendolo più digeribile sul contesto occidentale…”.
Nel miglior caso possibile l’Italia potrebbe aprire la strada ad un ruolo anche manageriale dell’UE e del Mondo Occidentale nell’ambito della Bri. Un fattore che potrebbe far comodo anche agli Stati Uniti nel lungo termine, ma la cui realizzazione non appare semplice. Gli ambiti di cooperazione previsti tra Italia e Cina riguardano settori come infrastrutture, energia, telecomunicazioni, aviazione civile, e-commerce. Da questa analisi ritengo emerga la grande opportunità che l’Italia ha rispetto al progetto della Nuova Via della Seta. Opportunità che cha va raccolta e seguita, ponendo il nostro Paese come protagonista e non come spettatore.
L’ Italia e la Cina sono portatrici di grande Cultura e Storia; due Civiltà millenarie che, nel rispetto reciproco, possono iniziare questo percorso di grande collaborazione. Ci sono poi due rotte marittime. La prima che dal Mar Cinese Meridionale arriva nel sud del Pacifico. La seconda che, invece, si dirige verso l’Africa e l’Europa attraverso lo stretto di Malacca. Vi è, poi, il progetto di creare una terza rotta marittima, quella Artica, che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni grazie allo scioglimento dei ghiacci. Tutto ciò deriva dal naturale sviluppo di una politica cinese che si è continuata a modificare  nel “dopo Mao”. Nel 1978 il Presidente Deng Xiaoping lanciò la “Politica di Riforma e di Apertura” della Cina. I rapporti amichevoli con il “Mondo Occidentale” e con gli Stati Uniti erano all’epoca l’unica strada per raggiungere la modernizzazione e lo sviluppo.
L’accesso al sistema capitalista ha, certo che sì, cambiato la Cina ma non ne ha intaccato le fondamenta. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Occidente si era illuso che tutti avrebbero sposato il suo modello al cento per cento.
La Cina è, invece, riuscita a diventare una grande potenza economica mantenendo, al contempo, le proprie caratteristiche, assolutamente distanti dal modello che è uscito “vincitore”  dallo scontro tra i due antichi blocchi.
Pechino è  passata alla fase successiva, presentando al Mondo  un suo assetto totalmente differente.
La “Belt and Road si pone, quindi, l’obiettivo di creare un immenso mercato comune Eurasiatico, aumentando, allo stesso tempo, il peso diplomatico della Capitale lungo la via.
Dopo l’integrazione nell’economia globale, Xi Jinping è passato alla fase di sviluppo della presenza cinese sulla scena mondiale.
Un obiettivo che risponde non tanto a logiche di conquista di nuovi territori, ma a necessità interne: risoluzione del nodo della sovraproduzione, diversificazione delle fonti di import di energia, petrolio e gas, accesso a risorse naturali fondamentali per lo sviluppo tecnologico…altro grande obiettivo, come ben dimostra il piano ”Made in China 2025”.
La lista dei Paesi toccati e coinvolti, di fatto, nel progetto è lunghissima.
Il primo naturale sbocco dell’iniziativa è il Sud Est Asiatico, dove la Cina ha realizzato e sta realizzando grandi progetti infrastrutturali in Cambogia, Myanmar, Malesia, Indonesia e Singapore.
In Thailandia vorrebbe costruire un canale lungo l’istmo di Kra, il lembo di terra che unisce l’Asia continentale alla Malesia.
Questo canale potrebbe cancellare il grande problema cinese dello stretto di Malacca, passaggio obbligato della rotta marittima verso Africa ed Europa. Il Pakistan è forse il Paese dove la presenza della Bri è più visibile. E’ considerato dalla Cina la “porta d’ingresso” per l’oceano Indiano ed è qui che si sta realizzando il cruciale Porto di Gwadar. Importanti anche gli investimenti in Iran. Nel primo semestre del 2019 sono stati chiusi anche accordi fondamentali con l’Arabia Saudita. L’altra direttiva naturale della “Belt and Road” è l’Asia Centrale. Le Repubbliche ex sovietiche sono state integrate nel progetto, grazie all’intesa di cooperazione raggiunta con la Russia. Un ruolo particolare è quello ricoperto dal Kazakistan, considerato da Pechino come cruciale collegamento tra Asia ed Europa. La collaborazione con Astana è molto radicata e si spinge anche in “Paesi terzi”, come nella Repubblica Democratica del Congo. Rispetto all’antica Via della Seta, la ”Belt and Road” attribuisce un ruolo di estrema importanza anche all’Africa.
A Gibuti è stata realizzata la prima base militare cinese permanente all’estero. Nel Continente Africano gli investimenti cinesi stanno, innegabilmente, agevolando occupazione e sviluppo.
La crescita in Etiopia ha portato, tra le altre cose, anche alla storica pace con l’Eritrea. La cosiddetta “CinAfrica” non è limitata alla parte orientale del continente. Pechino è presente con investimenti importanti anche in Paesi dell’Africa Occidentale, come Senegal e Angola. Nei progetti in via di realizzazione c’è una linea ferroviaria ad alta velocità che collegherebbe la costa orientale con quella occidentale, partendo da Gibuti e arrivando in Nigeria o in Camerun. L’Africa è importante per la Cina anche per l’accesso effetivo alle risorse naturali e minerarie. L’esempio principale è il cobalto, fondamentale per lo sviluppo tecnologico, tra l’altro, delle auto elettriche (settore nel quale Pechino vuole diventare leader).
Il 54 % delle risorse globali di cobalto si trova in Congo.
Nel 2018 la Cina ha importato da lì cobalto per oltre un miliardo di euro (surclassando l’India che si trova al secondo posto con “soli” 3,2 milioni di euro).
La presenza della Cina in Africa ha comunque innestato un processo virtuoso, nel quale anche altri Paesi – come Arabia Saudita ed India – hanno incominciato ad investire cifre impo, aprendo nuove prospettive economiche e sociali. Gli Stati Uniti avevano pensato di portare anche la Cina nella loro orbita. Era un’illusione.
Con Barack Obama in parte, ma soprattutto con Donald Trump, Washington ha individuato in Pechino il proprio principale rivale e nella “Belt and Road” un argomento di competizione.
La guerra commerciale è solo un paravento di un qualcosa di molto più complesso. Anche un eventuale e parziale accordo sui dazi tra Trump e Xi Jinping non metterà fine a questa “partita a scacchi” divenuta una “nuova guerra fredda”. Sì, perché per Washington la “Belt and Road” non è un semplice progetto infrastrutturale e commerciale, ma un progetto geopolitico. Gli Usa fanno leva sulle antiche relazioni diplomatiche con il Mondo Occidentale per impedire l’espansione del modello cinese e per loro firmare il memorandum di adesione ufficiale alla “Nuova Via della Seta” equivale quasi a una scelta di campo.
L’Europa è la destinazione naturale delle rotte terrestri della “Belt and Road”. Nel 2013, anno di inizio del progetto, il commercio Eurasiatico arrivava a 1.8 trilioni di dollari – il doppio del commercio Transpacifico e il triplo di quello Transatlantico -.
Tra i Paesi che hanno già aderito all’iniziativa di Pechino figurano Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Portogallo.
Le direttive della ”Nuova Via della Seta” arrivano già nell’Europa continentale tramite i porti del Pireo e di Rotterdam ed un’interminabile linea ferroviaria che unisce Chongqing a Duisburg, in Germania.
L’Europa Orientale ha anche creato il ”Gruppo 16+1” che comprende i Paesi dell’Est e dei Balcani, insieme ovviamente alla Cina. L’Europa, non in grado di entrare nel grande gioco geopolitico Usa-Cina, ha bisogno degli investimenti cinesi, ma allo stesso tempo non può recidere il legame geopolitico con gli Stati Uniti.
La sfida è quella di riuscire ad influenzare il progetto cinese, modellandolo e adattandolo ai principi ed agli standard sociali europei, e garantendo, al tempo stesso, la sicurezza dei propri settori strategici. Un’impresa molto complessa, che, tuttavia, l’Europa sarà costretta a tentare. L’Italia è stato il primo Paese del G7 ad aderire ufficialmente alla “Belt and Road”. Ed è avvenuto durante la visita in Italia del presidente Xi Jinping, tra il 21 ed il 23 Marzo di quest’anno.

L’Italia è stato il primo Paese del G7 ad aderire ufficialmente alla “Belt and Road”. Ed è avvenuto durante la visita in Italia del presidente Xi Jinping, tra il 21 ed il 23 Marzo di quest’anno.
A ciò si sono aggiunti nuovi accordi, sottoscritti durante il secondo Forum sulla Bri che si è tenuto a Pechino  dal 25 al 27 aprile ed al quale ha partecipato  il Premier Italiano Giuseppe Conte – come già aveva fatto il suo predecessore Paolo Gentiloni nel 2017 -.
Conte ha affermato che l’accordo è “…un’opportunità per l’Italia e per la Ue. L’Italia svolgerà…il ruolo di cooperazione e allo stesso tempo di modellamento del progetto cinese, rendendolo più digeribile sul contesto occidentale…”. Nel miglior caso possibile l’Italia potrebbe aprire la strada ad un ruolo anche manageriale dell’UE e del Mondo Occidentale nell’ambito della Bri. Un fattore che potrebbe far comodo anche agli Stati Uniti nel lungo termine, ma la cui realizzazione non appare semplice.
Gli ambiti di cooperazione previsti tra Italia e Cina riguardano settori come infrastrutture, energia, telecomunicazioni, aviazione civile, e-commerce.
Da questa analisi ritengo emerga la grande opportunità che l’Italia ha rispetto al progetto della Nuova Via della Seta.
Opportunità che cha va raccolta e seguita, ponendo il nostro Paese come protagonista e non come spettatore.
L’ Italia e la Cina sono portatrici di grande Cultura e Storia; due Civiltà millenarie che, nel rispetto reciproco, possono iniziare questo percorso di grande collaborazione.

I 19 ACCORDI ISTITUZIONALI SIGLATI DURANTE LA VISITA UFFICIALE DEL PRESIDENTE XI JINPING IN ITALIA“LA VIA DELLA SETA”

Quelli che seguono sono i punti di accordo tra il Governo Italiano e quello Cinese in merito ad una collaborazione nell’ambito della “Via della Seta Economica” e dell’iniziativa per una “Via della Seta Marittima del Ventunesimo Secolo”. L’accordo e’ stato firmato dall’allora Vicepremier Luigi Di Maio e dal Presidente della National Development and Reform Commission (Ndrc),  Mr. He Lifeng.

 “START UP”
Protocollo d’intesa per la promozione delle opportunità di collaborazione, al fine di attivare “Start up Innovative e Tecnologiche” tra il Ministero dello Sviluppo Economico Italiano ed il Ministero della Scienza e Tecnologia Cinese.
L’accordo è stato firmato dall’allora Vicepremier Luigi Di Maio e dal Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri Cinese, Mr. Wang Yi.
 
“COMMERCIO ELETTRICO”
Memorandum d’intesa tra il Ministero dello Sviluppo Economico Italiano ed il Ministero del Commercio Cinese sulla cooperazione nel settore del commercio elettrico.
L’accordo è stato firmato dall’allora Vicepremier Luigi Di Maio e dal Ministro del Commercio cinese Zhong Shan.
 
“FISCO”
Accordo tra il Governo Italiano ed il Governo Cinese per eliminare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni e le elusioni fiscali. L’accordo è stato firmato dall’allora Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e dal Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri Cinese, Mr. Wang Yi.
 
“AGRUMI”
Protocollo sui requisiti fitosanitari per l’esportazione di agrumi freschi dall’Italia alla Cina tra il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo e l’Amministrazione Generale delle Dogane Cinesi. L’accordo è stato firmato dall’allora Ministro Gian Marco Centinaio e da Sua Eccellenza l’allora Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Dott. Li Ruiyu.
 
“BENI CULTURALI”
Memorandum d’Intesa tra il ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali Italiano e l’Amministrazione Nazionale per il Patrimonio Culturale Cinese (Ncha) sulla prevenzione dei furti, degli scavi clandestini, importazione, esportazione, traffico e transito illecito di Beni Culturali e sulla promozione della loro restituzione.
L’accordo è stato firmato dall’allora Ministro Alberto Bonisoli e dal  Direttore della Ncha, Mr. Liu Yuzhu.

“REPERTI ARCHEOLOGICI”
Restituzione di 796 reperti archeologici appartenenti al patrimonio culturale cinese, nell’ambito dell’accordo firmato dall’allora Ministro per i Beni e le Attivita’ Culturali, Alberto Bonisoli, ed il Ministro della Cultura e del Turismo, Mr. Luo Shugang.
 
“SANITÀ”
Piano di azione sulla collaborazione sanitaria tra il Ministero della Salute Italiano e la Commissione Nazionale per la Salute Cinese. Firmato dall’allora Ministro Giulia Grillo e da Sua Eccellenza l’allora Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Dott. Li Ruiyu.
 
EXPORT DI CARNE
Protocollo tra il Ministero della Salute Italiano e l’Amministrazione Generale delle Dogane Cinesi in materia d ispezione, quarantena e requisiti sanitari per l’esportazione di carne suina congelata dall’Italia alla Cina. Firmato dall’allora Ministro Giulia Grillo e da Sua Eccellenza l’allora Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Dott. Li Ruiyu.
 
SEME BOVINO
Protocollo tra il Ministero della Salute italiano e l’Amministrazione Generale delle Dogane Cinesi sui requisiti sanitari per l’esportazione di seme bovino dall’Italia alla Cina.
Firmato dall’allora Ministro Giulia Grillo e da Sua Eccellenza l’allora Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Dott. Li Ruiyu.
 
CONSULTAZIONI POLITICHE
Memorandum d’Intesa tra il Ministero degli Esteri Italiano ed il Ministero degli Esteri Cinese sulle consultazioni bilaterali. Firmato dall’allora Viceministro degli Esteri, Dott.ssa Emanuela Del Re, e dal Viceministro degli Esteri Cinese, Mr. Wang Chao.
 
SITI UNESCO
Memorandum di Intesa tra il Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali Italiano e l’Amministrazione Nazionale per il Patrimonio Culturale Cinese (Ncha) sul progetto di gemellaggio volto alla promozione, conservazione, conoscenza, valorizzazione e fruizione di siti italiani e cinesi iscritti nelle liste del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Firmato dall’allora Sottosegretaria ai Beni Culturali, Dott.ssa Lucia Borgonzoni, e dal Direttore della Ncha, Mr. Liu Yuzhu.
 
COOPERAZIONE SCIENTIFICA
Memorandum d’Intesa tra il Ministero dell’Istruzione, Universita’ e Ricerca Italiano ed il Ministero della Scienza e Tecnologia Cinese sul rafforzamento della Cooperazione sulla Scienza, Tecnologia ed Innovazione. Firmato dal Capo Dipartimento dell’Università e della Ricerca del Ministero dell’Istruzione Italiano, Dott. Giuseppe Valditara, e da Sua Eccellenza l’allora Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Dott. Li Ruiyu.
 
GEMELLAGGIO VINO-RISO
Gemellaggio tra l’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato ed il Comitato di Gestione per il Patrimonio dei Terrazzamenti del Riso di Honghe Hani dello Yunnan, volto alla promozione della conoscenza, valorizzazione e fruizione dei siti iscritti nelle Liste del Patrimonio Mondiale Unesco italiani e cinesi.
Firmato dal Presidente dell’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, Dott. Gianfranco Comaschi, e dall’Assessore ai Beni Culturali della Provincia dello Yunnan, Mr. Yang Decong.
 
SPAZIO
Protocollo di Intesa tra l’Agenzia Spaziale italiana e la China National Space Administration sulla cooperazione relativa alla missione “China Seismo-Electromagnetic Satellite 02 (Cses-02)”.
Firmato dal Commissario Straordinario dell’Agenzia Spaziale Italiana, Dott. Piero Benvenuti, e dal Vicedirettore della China National Space Administration, Mr. Zhang Jianhua.
 
RADIO E TV
Memorandum d’intesa tra Rai-Radiotelevisione Italiana Spa e China Media Group.
Firmato dall’Amministratore Delegato della Rai, Dott. Fabrizio Salini, e dal Direttore Generale di China Media Group, Mr. Shen Haixiong.
 
MEDIA
Accordo sul servizio italiano Ansa-Xinhua.
Firmato dall’Amministratore Delegato Ansa, Dott. Stefano De Alessandri, e dal Presidente di Xinhua, Mr. Cai Mingzhao.
 
RICERCA
Memorandum d’intesa tra ToCHin Hub China Global Philanthrophy Institute e China Development Research Foundation.
Firmato dal Vicepresidente di Torino World Affairs Institute e Direttore di TOChina Hub, Dott. Giovanni Andornino, e dal Vicesegretario Generale di China Development Research Foundation, Mr. Fan Jin e dal Presidente di China Global Philanthrophy Institute, Mr.Wang Zhenyao.

Stefano Di Martino
About Stefano Di Martino 5 Articoli
Ambasciatore per l’Amicizia del Popolo Cinese nel Mondo. è nato a Milano il 4.12.1966. Dirigente nazionale del FdG e del FUAN -incarichi ricoperti durante i suoi studi superiori ed universitari-. Alla Statale di Milano è stato responsabile di ateneo presso la Facoltà di Giurisprudenza. Si è specializzato in Pubbliche Relazioni. Gli è stata conferita la laurea honoris causa in Scienze Politiche. Dopo aver ricoperto numerosi incarichi nelle organizzazioni giovanili ed universitarie dell’MSI – DN, nel 1990 è stato eletto Consigliere comunale a Trezzano sul Naviglio e nella 10° Circoscrizione di Milano, rieletto nel 1993 a Milano e nel 1994 a Trezzano, è stato nominato Presidente del Consiglio comunale. Eletto a Milano nel 1997 come Consigliere comunale è stato eletto e nominato Vice Presidente del Consiglio comunale. Rieletto Consigliere comunale nel 2001 è stato nominato Presidente della Commissione Consiliare Sicurezza-Periferie-Qualità della Vita e Presidente del Gruppo Consiliare di A.N.. Rieletto, nel 2006, il Consiglio lo nomina Vice Presidente. è stato Consigliere di Amministrazione della Casa di Riposo Militare Umberto I di Turate, in provincia di Como. Si occupa di privatizzazioni comunali, di sviluppi urbanistici, di pubblicità e di arredo urbano, di problematiche commerciali, abitative e di sicurezza per il Coordinamento delle Forze dell’ordine. Nel 2010, il Comando Militare Lombardia gli ha concesso l’attestato di Benemerito dell’Esercito. Si occupa di Protezione Civile, di Assistenza agli Anziani e ha organizzato missioni umanitarie in occasione del terremoto che ha colpito le Marche e l’Umbria, spedizioni umanitarie in Albania, Libano e Iraq dove si è recato personalmente nel 1998. è iscritto a numerose associazioni culturali, patriottiche, monarchiche delle quali è Socio Benemerito. è Guardia d’Onore al Pantheon, gli sono state concesse la medaglia di Benemerenza e quella al Merito di Servizio; oggi è Vice Presidente Nazionale delle Guardie. è Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Mauriziano e dell’ Ordine al Merito Civile di Savoia, Grand’ Ufficiale dell’Ordine dell’Aquila Romana e di altri ordini caveallereschi italiani e stranieri. è stato Consigliere Nazionale dell’Associazione Comuni Italiani.