La Diplomazia Italiana in Cina

fra monarchia e “repubbliche” 1940 – 1946  

Poca o nessuna attenzione si è soliti dedicare alla rappresentanza diplomatica italiana in Cina nel periodo del II conflitto mondiale, quando il nostro Paese, dopo il periodo della cosiddetta “non belligeranza”, il 10 giugno 1940 arrivava, infine, a dichiarare guerra a Francia ed Inghilterra

All’indomani dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, l’8 dicembre del 1941, anche l’Italia, legata a Tokyo dal Patto Tripartito, entrava in aperto conflitto con gli Stati Uniti d’America. L’armistizio del settembre 1943, con la nascita della Repubblica Sociale Italiana contrapposta al c.d. “Regno del Sud”, era destinata a dare vita ad un capitolo quanto mai peculiare della Storia.

Che si tratti di un interessante tema di riflessione e studio lo ha provato l’uscita, nel 2013, di uno specifico numero della rivista “Storia e diplomazia. rassegna dell’archivio storico del ministero degli affari esteri”. La pubblicazione – che ha potuto godere della prefazione di Massimo de Leonardis, docente di “Storia dei Trattati e Politica Internazionale” presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano – contiene l’inventario delle “Rappresentanze diplomatiche e consolari d’Italia a Pechino (1870 -1952)”, a cura di Federica Ornelli, e regala notizie più che interessanti e significative circa la destinazione degli archivi delle nostre rappresentanze, nonchè un prezioso contributo scientifico del Prof. Guido Samarani, docente di “Storia della Cina e Storia e Istituzioni dell’Asia Orientale” presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Il saggio tratta le vicende vissute dai rappresentanti diplomatici italiani (contemporanemante, come è ovvio, a quelle di tutti i nostri connazionali colà residenti) nel periodo compreso dal 1940 al 1946 e ne ricostruisce aspetti poco noti, sulla base della copiosa documentazione archivistica elencata. L’opera è stata considerata l’ideale completamento della mostra documentaria e bibliografica del patrimonio librario ed archivistico della Farnesina, realizzata nel novembre 2013, sul tema “Lo sguardo italiano in Cina – Ottocento anni di racconti, testimonianze e studi italiani sul mondo e la società cinesi”. Che si tratti, in effetti, di un momento storico poco studiato ebbe già a rilevarlo, nella sua prefazione, lo stesso Prof. de Leonardis, obiettivamente constatando che unicamente in occasione del Concorso diplomatico del 2005 la prova scritta di Storia delle Relazioni Internazionali – dal titolo “La penetrazione politica, culturale ed economica dell’Italia in medio ed estremo oriente fra le due guerre mondiali” – andava, per la prima volta, ad esaminare questo complesso periodo storico. In quello stesso contesto, il docente sottolineava, altresì, a riguardo come l’ “argomento suggestivo e perfettamente corretto” avesse suscitato “qualche ingiustificata reazione negativa perché… troppo difficile” (segno evidente della poca attenzione riservata allo stesso in sede ministeriale). Nel primo numero de “Il Filo di Seta” abbiamo già avuto modo di rievocare la nascita e l’evoluzione della rappresentanza diplomatica del Regno d’Italia presso il Celeste Impero (cui era successivamente subentrata, nel 1911, la Repubblica di Cina).

Nel 1934 la rappresentanza del nostro Paese era stata elevata dal semplice rango di Legazione a quello di vera e propria Ambasciata. Proprio in quell’anno giungeva in Cina Vincenzo Lo Jacono, cui succedevano, a loro volta, nel 1937 Giuliano Cora e, nel giugno del 1938, Francesco Taliani de Marchio. La Cina dall’estate del 1937 era devastata dall’invasione nipponica che, seppur con con grande difficoltà, i diplomatici dei Paesi occidentali cercavano disperatamente di contrastare per poter continuare a svolgere al meglio i propri compiti istituzionali.L’esercito giapponese occupava, così, Pechino, Tianijn, Shangai, Nanchino (allora capitale della Repubblica) e, infine, Wuhan. Nel frattempo Chiang Kai-shek, sempre più in difficoltà, si era trovato costretto a spostare la propria sede ufficiale a Chongqing. La Repubblica di Cina  – con la sua adesione alle sanzioni decretate, nel 1935, dalla Società delle Nazioni contro l’Italia per la guerra d’Etiopia – aveva incrinato i precedenti cordiali rapporti fra i due Stati. La sottoscrizione, nel novembre del 1937, del “Patto anti Komintern” (che associava il nostro Paese a Germania e Giappone), ed il riconoscimento dell’Impero del Manciukuò  da parte di Roma, rappresentarano ulteriori e più aspri motivi di attrito.

Fanteria di marina giapponese a Shanghai

Taliani – su esplicita indicazione del nostro Ministero degli Esteri – non effettuò, perciò, formale presentazione delle sue credenziali al “Governo Repubblicano Nazionalista”, rimanendo a Shanghai (ove si erano trasferite le rappresentanze diplomatiche, dopo l’occupazione di Pechino da parte dei Giapponesi). Nel contempo a Chongqing, per la cura degli interessi italiani, risiedeva il Consigliere d’Ambasciata Adolfo Alessandrini. La Cina, oltre all’invasione giapponese, doveva, al tempo stesso, fronteggiare una grave crisi politica interna, sfociata – nel marzo del 1940 – nella creazione di un governo collaborazionista filo –nipponico da parte di Wang Jingwei, antico collaboratore di Sun Yat Sen. Questo nuovo “governo” venne riconosciuto nel dicembre successivo dal Giappone e, nel luglio del 1941, da Germania ed Italia. Tale decisione determinò, da un lato, la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche con Chiang Kai-shek (che provvide, dal canto suo, a richiamare il proprio rappresentante da Roma) e, dall’altro,  il “riaccredimento” del nostro ambasciatore presso Wang Jingwei, che aveva posto la sede del proprio esecutivo a Nanchino.

Wang Jingwei a sinistra e Chiang Kai-shek a destra

La cerimonia formale, che Taliani avrebbe voluto officiare al più presto per riuscire ad ottenere una posizione di privilegio nei confronti del “Governo di  Nanchino”, avvenne con ben sei mesi di ritardo, per consentire l’arrivo di un diplomatico tedesco che assumesse, a sua volta, la rappresentanza di Berlino. Nei “Documenti diplomatici italiani” si può rilevare come Taliani avesse avviato relazioni alquanto cordiali con il governo di Wang e chiesto, al contempo, al nostro Ministero degli Affari Esteri di voler agire sul Giappone affinchè Tokyo allentasse il controllo esercitato sull’esecutivo cinese, in modo da consentirgli una certa autonomia decisionale ed un recupero di consensi fra la popolazione. Anche se inquinato dai titanici avvenimenti bellici che stavano irreparabilmente segnando la storia e la realtà dell’Estremo Oriente, il 1943 fu un anno di svolta nella storia della Cina (sia pur in quel momento rappresentata dalla sola Nanchino) ed in quella delle relazioni diplomatiche con l’Italia. Con l’ingresso in guerra del “Governo Collaborazionista”  a fianco del Giappone e dei suoi alleati, il 9 gennaio del 1943, Tokyo – per evidenti motivi di propaganda – comunicava contestualmente a Wang Jingwei di voler procedere rapidamente alla restituzione delle proprie concessioni territoriali (con tutto il relativo corredo di diritti e privilegi legati all’extraterritorialità). Immediata fu la replica della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che, a loro volta, assumevano la medesima determinazione nei confronti del “Governo Nazionalista” di  Chiang Kai-shek. In effetti, il Regno d’Italia si era già impegnato anch’esso a rinunciare alle proprie concessioni – per altro fin dalla stipula, nel 1928, del trattato commerciale con la Cina – ma ne aveva sempre subordinata l’effettiva realizzazione ad una pari e concreta attuazione della decisione da parte delle nove Potenze firmatarie del “Trattato della Porta Aperta” (tenutasi nel corso della Conferenza internazionale di Washington  del 1922) -. Taliani, di fatto, si associava alla mossa di Tokyo ma, al contempo, rappresentava al “Governo di Nanchino” la necessità di avviare un percorso graduale che prevedesse la nomina di una commissione mista italo-cinese  – per definire i criteri di riconsegna della Concessione di Tianjin – e la creazione di un comitato tecnico, con la presenza di delegati italiani, per discutere l’abolizione dei diritti legati alla extraterritorialità.

Il 29 marzo del 1943 si arrivò, così, alla firma di una serie di accordi italo-cinesi che contemplavano la rinuncia ai diritti amministrativi nel Quartiere delle Legazioni a Pechino e, nel successivo 23 giugno, delle Concessioni di Tianjin e di Shangai  – col diritto di mantenervi, comunque, la presenza di guarnigioni militaristanziate -. L’annuncio, il 9 settembre del 1943, dell’avvenuto armistizio fra l’Italia e gli Alleati era destinato a mutare profondamente il clima esistente. Le truppe nipponiche senza indugio nè preavviso, occuparono la Concessione di Tianjin (poi posta sotto l’amministrazione cinese di Nanchino) e la sede della nostra Ambasciata a Shangai: Taliani, col personale diplomatico, venne posto agli arresti e, successivamente, trasferito in un campo di concentramento alla periferia della grande città fluviale. Stessa sorte subirono i nostri connazionali in Cina: quelli residenti a Pechino, Tianjin e nelle regioni settentrionali furono internati nel campo di Weixian (provincia dello Shandog), mentre quelli residenti a Shangai furono rinchiusi nel campo di Kiangwan a nord della città. Una parte degli equipaggi delle unità della Regia Marina, la “Lepanto” e la “Carlotto” – ancorate a Shangai e delle quali era stato ordinato dal Governo di Roma l’autoaffondamento – decise, invece, di collaborare con le Autorità militari giapponesi innescando non pochi problemi. L’appena costituita Repubblica Sociale Italiana fu subito riconosciuta (dal Giappone, il 27 settembre; dal Manciukuò, il 9 ottobre; e dal governo di Nanchino in dicembre).

Se i diplomatici dei diversi Paesi – spostatisi da Roma a Venezia – poterono velocemente presentare le proprie credenziali e riprendere le proprie funzioni, alquanto ardua fu, invece, l’ufficializzazione dei rappresentanti della Rsi in Estremo Oriente. L’addetto Militare alla Regia Ambasciata Italiana in Cina (Col. Omar Principini) fu condotto a Tokyo e colà, su incarico del Sottosegretario agli Esteri della RSI Mazzolini, occupò la nostra sede diplomatica con la qualifica di “Incaricato d’Affari ad interim”, assieme ad una mezza dozzina di impiegati, guidati dall’allora Addetto Stampa.

L’ambasciatore Mario Indelli e tutto il rimanente personale, rimasti fedeli al Re, erano stati internati e subirono non pochi maltrattamenti negli anni di prigionia. Viganò, nel suo saggio del 1991, riporta un’illuminante nota sulla situazione in Estremo Oriente di Filippo Anfuso, titolare della Legazione italiana in Ungheria (il solo dei Capi Missioni ad aver aderito alla Rsi). Nominato Ambasciatore a Berlino, Anfuso (che poteva vantare una certa conoscenza ed esperienza, essendo subentrato, nel 1932, a Ciano in Cina quale Incaricato d’affari) nell’ottobre del 1943 rappresentava al nuovo Governo Repubblicano che “…dalle informazioni pervenute a questo Dipartimento di Stato sulla situazione dei nostri rappresentanti in estremo oriente risulta che sia le Autorità Giapponesi che quelle cinesi nonché Manciukuò ( evidentemente su direttive delle prime) procedono con studiata lentezza nell’autorizzare i nostri funzionari dichiaratisi fedeli al Governo repubblicano fascista con un piano inteso a intralciare per quanto è possibile la protezione dei nostri interessi e dei nostri connazionali colà”.In effetti, numerosi furono gli ostacoli formali frapposti dai nipponici e dai loro “satelliti” cinesi e mancesi a che si riprendesse un minimo di attività diplomatica in nome dell’Italia.  Anche Samarani, nel suo saggio, rileva come “Un elemento appare comunque chiaro: le autorità giapponesi, direttamente o attraverso il governo collaborazionista di Nanchino, cercarono di ritardare in ogni modo la riapertura degli uffici diplomatico-consolari italiani e sollevarono varie riserve e dubbi sulla fedeltà di numerosi membri della comunità italiana che pure avevano aderito alla RSI e che non erano stati internati”.

Lo storico cita, a titolo di esempio, il caso del Consigliere d’Ambasciata Carlo Alberto Straneo, che pur avendo aderito al nuovo governo fascista, sarà per un periodo internato alla pari di quasi tutto il restante personale diplomatico residente in Cina. Nelle more che si definissero i rapporti con la RSI, i Giapponesi autorizzarono nella Cina settentrionale la nascita di “Comitati Italiani di Collegamento” – Italian Liaison Offices –, per poter assicurare ai nostri connazionali le forniture di viveri e di generi di prima necessità.

Il 1° giugno 1944, Pier Pasquale Spinelli (già Primo Segretario di Legazione di 1a classe in servizio presso la nostra precedente sede diplomatica) veniva nominato “Incaricato d’Affari ad interim”, potendo essere così accreditato presso il “Governo di Nanchino”-

Nel luglio del 1944 la RSI sottoscriveva un proprio accordo con Nanchino dallo stesso tono di quello siglato l’anno prima da Taliani per la retrocessione delle Concessioni italiane “sancendo così di fatto un rapporto politico ufficiale con la controparte cinese”.

L’atto, registrato nella relazione della Direzione Generale degli Affari Politici del Ministero degli Affari Esteri della RSI, costituisce forse l’unico impegno rilevante della nuova rappresentanza italiana. Anche alla luce di questo accordo, il 18 settembre Spinelli poteva riaprire ufficialmente l’Ambasciata della RSI a Shangai – nella sua sede storica -. A ciò seguiva la riapertura del Consolato di Pechino (affidato a Straneo), di quello di Shangai (retto dal Console Generale Ferruccio Stefenelli) e di quello di Hankou (assegnato al Console Giuseppe Brigidi, trasferito successivamente nella Cina settentrionale, dove assunse la cura degli interessi italiani dell’aerea di Tianjin). Sarà proprio Brigidi a gestire le ultime attività della diplomazia facente capo alla Repubblica Sociale, che, inevitabilmente, finì con l’avere breve vita. Nell’estate del 1945 le strutture vennero formalmente trasformate, almeno nella Cina settentrionale, in “Uffici italiani”, ai quali furono affiancati dei “Consigli Consultivi di Colonia” (da eleggersi a cura delle singole comunità, con il compito di garantire i collegamenti fra i rappresentanti delle stesse). Del tutto formale fu l’esperienza della Rsi in Manciukuò; ad Hsinking, capitale dell’Impero, nel 1940 era giunto come “Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario” Luigi Neyrone, un esperto ed anziano funzionario che aveva assolto l’incarico di Console  a Tijanin dal 1927 al 1932 e, dal 1933, di Console Generale a Shangai. Dopo l’armistizio aderì alla Repubblica Sociale e cercò di riavviare le relazioni con le Autorità mancesi, incontrando difficoltà tali da rassegnare le proprie dimissioni senza essere sostituito.Con l’avanzata degli Alleati nel Pacifico, il 17 maggio del 1945, i Giapponesi notificavano a  Brigidi la perdita dello status di Console – sostituita da quello di “Incaricato degli interessi italiani nel Nord Cina” -, la cessazione dell’attività del Tribunale Consolare Italiano e la decisione di chiudere l’Ambasciata ed i Consolati italiani determinando, così, la  “fine” della Repubblica Sociale in Cina.Alle Autorità nipponiche subentrava, fra settembre ed ottobre, la missione militare americana, con a capo il Magg. Kellis. Sarà a lui che Brigidi indirizzerà la sua relazione del 31 agosto 1945 sulla situazione della comunità italiana nella Cina settentrionale, inviata parimenti, poco dopo, alla Regia Ambasciata d’Italia a Chongqing. Nel novembre del 1944 il Regno d’Italia aveva, infatti, ripreso formalmente i contatti con il “Governo Nazionalista”, annunciando l’accreditamento di un suo nuovo rappresentante.

Enrico De Nicola

Per le evidenti difficoltà legate al conflitto, solo  nel gennaio del 1946 giungeva a Chongking – quale Incaricato d’Affari – Enrico Anzilotti (mentre, nel contempo, Chiang Kai-shek rifiutava di ricevere Taliani – ormai ritornato libero – per le sue precedenti prese di posizione “filo-Nanchino” -. Il nuovo Ambasciatore italiano, Sergio Fenoltea – scelto nel marzo sulla base di accordi politici fra i partiti italiani e mentre stava per celebrarsi in Italia il “Referendum Monarchia–Repubblica” -, arrivava a Shangai il 19 luglio, presentando in ottobre a Chiang Kai-shek le sue credenziali a nome non più di Umberto II ma di Enrico De Nicola (da circa un mese Capo Provvisorio della Repubblica Italiana).Ma, complice il destino, ebbe a verificarsi una sorta di “incogruenza diplomatica”.

Per via della precarietà dei collegamenti e delle comunicazioni, Brigidi continuò, comunque, a rappresentare la Comunità Italiana nel Nord della Cina fino all’insediamento del Console Paolo Tallarigo,  alla fine del 1946, gestendo, di fatto il passaggio dall’amministrazione giapponese a quella americana su richiesta di quest’ultima (alla quale furono consegnate le sedi diplomatiche italiane e a Pechino e a Tianjin). Si concludeva così questa fase così peculiare della storia diplomatica dell’Italia. è interessante notare come Spinelli ebbe modo, poi, di rientrare nella carriera diplomatica della Repubblica italiana e di assumere prestigiosi incarichi alla Farnesina e all’Onu –  alla pari, del resto, di Brigidi, riammesso nei ruoli del Corpo Consolare della Repubblica sì da ritrovarlo a Console generale a Zagabria dal 1946 al 1950 -.

Francesco Atanasio
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Francesco Atanasio è nato a Siracusa il 13 aprile 1966 e ivi risiede. Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Scienze dei Beni Culturali (Settore archivistico-librario) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania. è iscritto dal 1993 nell’Albo dell’Ordine degli Avvocati di Siracusa. Collabora con numerosi periodici nazionali, con studi e ricerche su temi di storia moderna e contemporanea. È Consigliere Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro e della Società Siracusana di Storia Patria.