Il Pensiero di Xi Jinping e lo sviluppo cinese in una nuova era

Il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese è andato in archivio nel mese di ottobre del 2017, eppure farà ancora parlare di sé per molto tempo

L’evento, che ha fatto da spartiacque tra il primo ed il secondo mandato del Presidente Xi Jinping, ha fornito, infatti, indicazioni essenziali per capire l’effettiva direzione assunta dal Paese e le dinamiche di sviluppo che ne segneranno, inevitabilmente, la crescita negli anni a venire. 

In generale, questa edizione del consesso, che si ripete con regolarità ogni cinque anni, ha sancito una svolta importante, perché ha inserito il pensiero di Xi Jinping nello Statuto del Partito Comunista Cinese. 

Un primo passo fondamentale per la sua integrazione anche all’interno della Costituzione della Repubblica Popolare, avvenuta nel marzo successivo durante i lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo – appuntamento primaverile che cade in concomitanza con la Conferenza Politica Consultiva del Popolo -. 

Il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era è, così, diventato il sesto pilastro ideologico del Partito (affiancandosi al Marxismo-Leninismo, al Pensiero di Mao Zedong, alla Teoria di Deng Xiaoping, alla Teoria della Triplice Rappresentanza ed alla Visione Scientifica dello Sviluppo), nonché il marchio di fabbrica del secondo mandato presidenziale del leader cinese che ha, in questo modo, delineato gli strumenti chiamati a sistematizzare e proiettare nel futuro prossimo il processo di riforma.

La trasformazione economica tra i due centenari

Il “Sistema Paese” cinese ha da poco superato il bivio che la storia recente gli aveva messo di fronte, seguendo la via maestra della riforma strutturale dell’offerta. 

Si è lasciato definitivamente alle spalle un modello economico impostato sull’alta intensità di manodopera, caratterizzato dalla prevalenza di manifattura a basso contenuto tecnologico e trainato principalmente dall’export, imboccando con decisione la via di un modello basato su di una manodopera sempre più specializzata e qualificata e su una manifattura a medio-alto contenuto tecnologico e di elevata qualità (high-end), trainato principalmente dai consumi interni (che hanno contribuito al 58,8% del PIL già nel 2017).

Nel 2015, per la prima volta nella storia moderna del Paese, il settore dei servizi ha superato la soglia del 50% nella composizione del PIL. Tra il 2013 ed il 2016 è, addirittura, cresciuto ad un ritmo medio dell’8%, contro il 7,2% della crescita media generale. Ciò significa che la Cina sta affrontando un suo peculiare processo di terziarizzazione avanzata – o quaternarizzazione – direttamente in epoca di quarta rivoluzione industriale. 

Tale favorevole congiuntura fa sì che il governo possa procedere nell’opera di avanzamento e adattamento delle politiche di riforma ed apertura, inaugurate esattamente quaranta anni or sono, facendo tesoro delle conoscenze e delle consapevolezze derivate dal concetto di Industria 4.0 ed evitando, dunque, gli eccessi trasformativi – deindustrializzazione, off-shoring massivo, precarizzazione occupazionale, etc.- che hanno invece interessato il mondo occidentale nel corso degli ultimi trent’anni.

Grazie all’utilizzo di moderni strumenti, capaci di sfruttare al meglio le dinamiche dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della realtà aumentata, l’era digitale intende compiere una vera e propria mappatura virtuale della realtà, non più limitata alla sola dimensione cibernetica ma capace di incidere sui processi produttivi, logistici e commerciali, rendendoli più veloci, sicuri, efficienti e comodi per il consumatore finale. Le industrie innovative restituiscono per tanto un nuovo senso alla manifattura, elevandone la qualità e rispondendo alla crescente domanda di apparecchiature, applicazioni e strumentazioni sempre più sofisticate, in grado di svolgere funzioni complesse in tempi relativamente brevi. In questo quadro, il pensiero di Xi Jinping diventa il pilastro ideologico, politico e culturale attorno al quale ruoterà il futuro della Cina da qui ai prossimi anni.

La Nuova Era è la fase compresa tra i due grandi obiettivi centenari: quello del 2021, che segnerà i cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, vedrà realizzarsi appieno la società moderatamente prospera (secondo il concetto confuciano di “Xiaokang”, recuperato negli anni Ottanta da Deng Xiaoping ed inserito in Costituzione); e quello del 2049, quando sarà passato un secolo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, che vedrà la Cina diventare un «grande e moderno Paese socialista che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso e meraviglioso». 

A sua volta, il percorso di realizzazione del suddetto ambizioso obbiettivo si suddivide in due fasi: la prima, che va dal 2020 al 2035, e la seconda, che va dal 2035 al 2050. 

Secondo quanto indicato da Xi Jinping al “19° Congresso”, nell’arco di questi trent’anni il Governo dovrà venire incontro ai rinnovati bisogni materiali e culturali della popolazione cinese ed alle nuove esigenze che stanno emergendo – o che emergeranno in futuro – in ambiti quali la democrazia, lo Stato di diritto, l’equità, la giustizia, la sicurezza e l’ambiente. «Ciò che noi affrontiamo oggi è la contraddizione tra uno sviluppo sbilanciato ed inadeguato e la crescente richiesta di una migliore qualità della vita da parte della popolazione» così ha detto Xi Jinping dagli scranni dell’Assemblea del Partito, individuando la nuova contraddizione principale dei giorni d’oggi, secondo uno schema analitico e dialettico adottato sin dai tempi di Mao.

Apertura, Trasparenza e Ambiente

Le politiche di riforma ed apertura avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno progressivamente esteso il proprio raggio d’azione, adattandosi nel corso degli anni alle rinnovate necessità del Paese. All’inizio degli Anni Ottanta fu Shenzhen ad inaugurare il modello delle zone economiche speciali – mutuato in seguito da molti altri Stati in via di sviluppo -, diventando città simbolo della modernizzazione e venendo chiamata a svolgere, anche in virtù della sua vicinanza geografica ad Hong Kong, un ruolo trainante nel mastodontico piano di compensazione del divario industriale accumulato rispetto ai Paesi occidentali ed al Giappone. 

All’inizio degli Anni Novanta toccò, invece, a Shanghai cambiare aspetto, in particolare con la costruzione del distretto finanziario di Lujiazui, autentico emblema della skyline urbana della metropoli costiera, pensata quale centro nevralgico nel settore dei servizi. 

Negli Anni Duemila, la nuova megalopoli disegnata attorno a Chongqing ha concentrato l’attenzione della leadership cinese nelle regioni occidentali per cominciare a colmare con decisione il gap economico di questi territori con le grandi metropoli della fascia costiera. 

Nel dettaglio, l’area composta dalla nuova municipalità e dalle province dello Shaanxi, dello Hubei e dello Hunan ha saputo trarre grande vantaggio dai mega-progetti infrastrutturali legati allo sfruttamento dei principali bacini fluviali del Paese – specie lo Yangtze (Fiume Azzurro) -, al centro di una nuova cintura economica regionale. Nel corso degli ultimi anni, in epoca di Quarta Rivoluzione Industriale, Shenzhen e l’area costiera della Provincia del Guangdong stanno riorientando la loro potenza manifatturiera verso settori più innovativi e sostenibili, trainando un trend nazionale che, già nel 2017, parlava chiaro rispetto all’anno precedente: produzione di robot industriali cresciuta  dell’81%, di auto elettriche aumentata del 51,2% e di droni ad uso civile incrementata del 67%.

Tuttora, la politica di apertura della Cina è in corso di trasformazione. 

«L’apertura porta progresso, mentre l’auto-isolamento lascia un Paese indietro», ha osservato Xi Jinping nella sua relazione al 19° Congresso del Partito Comunista Cinese. 

«La Cina – ha aggiunto – non chiuderà le sue porte al mondo, saremo, invece. sempre più aperti». 

Ribadendo quanto affermato a Davos, in occasione dell’intervento presentato al Forum Economico Mondiale nel gennaio del 2017, il Presidente ha sottolineato che la Cina renderà «più semplice l’accesso al mercato», proteggendo «i diritti e gli interessi legittimi degli investitori esteri». 

Un maggior grado di apertura e di deregolamentazione richiede, chiaramente, un più elevato livello di trasparenza che consenta ad una pubblica amministrazione più snella e semplice di mantenersi efficace ed efficiente. 

La lotta alla corruzione portata avanti dal Governo Cinese ha toccato tutti i livelli di potere, da quelli centrali a quelli locali, senza risparmiare nessuno. 

Le sacche di malaffare e inefficienza hanno subito un durissimo colpo grazie ad una governance più rigida ed efficace all’interno degli organi di Partito, mentre è stata avviata una campagna educativa finalizzata all’osservanza dei Tre Vincoli (essere rigorosi con se stessi nell’auto-coltivazione personale, nell’esercizio del potere e nella pratica dell’autodisciplina) e delle Tre Onestà, ovvero essere onesti nel proprio pensiero, nel proprio lavoro e nel proprio comportamento.

Connesso alla lotta contro la corruzione, il tema relativo alla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema cinese, tra i più ricchi al mondo per biodiversità, è stato, probabilmente, quello di maggior impatto sull’opinione pubblica mondiale. 

Spesso criticata, in passato, da organizzazioni non-governative e fondazioni private attive in quest’ambito per il suo sviluppo accelerato e poco attento al rispetto della natura, la Cina, in virtù di massicci investimenti nei settori legati alle energie rinnovabili ed alla riconversione industriale, si è ritagliata un elevato profilo internazionale di fiducia e credibilità in materia ambientale, sebbene ci sia ancora tanto da fare per raggiungere l’obiettivo della realizzazione di una «Cina meravigliosa». «Dobbiamo comprendere che acque limpide e montagne rigogliose sono beni inestimabili», ha detto il Presidente Xi al 19° Congresso, indicando la necessità di adottare «un approccio olistico per conservare le nostre montagne, i fiumi, le foreste, i terreni agricoli, i laghi e le praterie […] e per sviluppare modelli di crescita e stili di vita eco-compatibili».

Verso un ordine globale più armonioso ed equo

A differenza del PIL calcolato a parità di potere d’acquisto, il PIL nominale cinese è ancora il secondo al mondo dietro quello degli Stati Uniti. Tuttavia, si tratta di numeri e rapporti di forza destinati a cambiare drasticamente nei prossimi trent’anni. 

Il freddo dato quantitativo registra un ritmo di crescita che continua a mantenersi superiore a quello delle economie occidentali più avanzate, malgrado il rallentamento ed il ridimensionamento caratterizzanti la fase di nuova normalità, con un tasso in costante oscillazione all’interno di un range compreso tra il 6,5 e il 7%, – mentre Donald Trump è costretto ad esultare per un picco del 4,1% toccato nel secondo trimestre del 2018, a circa quattro anni dall’ultima volta -.

Tuttavia, il vero cambiamento in atto nel “Paese di Mezzo” è quello qualitativo. 

Col piano industriale “Made in China 2025”, la Cina sta cercando di creare, più in generale, le condizioni affinché quello interno divenga il più importante mercato dell’innovazione al mondo. L’area della Provincia del Guangdong, che si estende attorno alla metropoli di Shenzhen, già rappresenta una vera e propria “Silicon Valley” asiatica, capace di ospitare quasi tutte le più importanti aziende hi-tech cinesi ed internazionali, sfidando l’egemonia digitale degli Stati Uniti e della Gran Bretagna – storiche potenze liberali e liberiste, oggi convertitesi, per propri interessi, al protezionismo o comunque al revisionismo economico -.

L’atteggiamento ostile di Donald Trump non è inedito, tra l’altro, nella storia della politica statunitense. 

Negli anni Ottanta toccò al Giappone finire nel mirino di Washington. 

Il potenziale economico e l’elevata capacità tecnologica conquistati dal Paese del Sol Levante, in particolare nel mercato dell’elettronica, convinsero gran parte del Congresso degli Stati Uniti ad inaugurare una stagione di vero e proprio boicottaggio nei confronti di Tokyo. 

Quella fase storica prese il nome, tutt’altro che benevolo, di Japan-Bashing e non si limitò alla semplice sfera commerciale ma chiamò all’appello vari supporti mediatici e culturali – dalla politica al cinema, dalla letteratura alla televisione – per cercare di danneggiare la reputazione internazionale del Giappone.

Come ha scritto Radio Cina Internazionale (RCI) nella sua pagina Facebook lo scorso 10 agosto, sembra esserci una soglia storica oltre la quale gli Stati Uniti fanno scattare un allarme. 

Quando il PIL di un competitor raggiunge un volume pari al 60% di quello americano, Washington mette solitamente in campo un insieme di politiche aggressive finalizzate a mandarlo in crisi o, comunque, a contenerlo. 

È accaduto negli Anni Settanta nei confronti dell’Unione Sovietica, negli Anni Ottanta nei confronti del Giappone ed avviene, oggi, nei confronti della Cina. Tuttavia, come sostiene RCI, la Cina di oggi non è il Giappone di allora e le differenze principali riguardano tre aspetti:

  1. L’emancipazione del Paese dalla dipendenza dall’export verso Occidente, grazie alla crescita dei consumi interni in un mercato di dimensioni gigantesche, come quello cinese, ed alle nuove piattaforme di cooperazione internazionale, a partire dall’iniziativa “Belt and  Road”;
  2. La stabilità politica interna e la lungimiranza della classe dirigente cinese; 
  3. L’ampia estensione del sistema industriale cinese in termini sia produttivi sia settoriali, che permette al Paese di svolgere un ruolo indispensabile lungo le catene globali del valore.

Il contesto internazionale, inoltre, è profondamente mutato. La multipolarizzazione degli equilibri mondiali, diretta conseguenza del processo di globalizzazione, ha trasformato la Cina in un’economia di riferimento non solo per i tanti Paesi in via di sviluppo – che, con le debite proporzioni, vedono nel suo imponente percorso di crescita un esempio da seguire -, ma anche per diversi Paesi avanzati che sono, ormai, interdipendenti rispetto al mercato cinese. L’Europa, in quanto economia avanzata e, soprattutto, plesso storico della civiltà occidentale, non potrà tirarsi indietro da un confronto serio ed approfondito con Pechino sulle grandi questioni globali. 

L’iniziativa “Belt and Road”, fiore all’occhiello della presidenza Xi, sta tentando di fare della Cina il nuovo polo di attrazione per realtà vicine e lontane, seguendo le tracce delle antiche vie terrestri e marittime della Via della Seta, solcate dai mercanti e dagli esploratori del passato. Se la comunità internazionale, orfana del vecchio ordine a guida statunitense, chiede aiuto alla Cina per colmare vuoti, disfunzioni e mancanze strutturali, la Cina, dal canto suo, cerca di prepararsi al meglio per farsi carico di nuove responsabilità che ne metteranno alla prova la maturità diplomatica e la capacità di farsi apprezzare dal resto del mondo con azioni concrete ed efficaci.

Andrea Fais
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(Perugia, 1984) è giornalista e saggista. È autore o coautore di diversi libri, tra cui “Il risveglio del Drago. Politica e strategia della rinascita cinese” (Parma, 2011), “La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare” (Cavriago, 2012) e “La Via della Seta. Vecchie e nuove strategie globali tra la Cina e il bacino del Mediterraneo” (Cavriago, 2014). Tra il 2013 e il 2015 è stato collaboratore esterno del quotidiano cinese in lingua inglese “Global Times”. Attualmente è direttore responsabile della rivista trimestrale cartacea “Scenari Internazionali” (www.scenari-internazionali.com).